G.A.L. Linas Campidano Soc. Cons. a r.l. - Comuni di Arbus, Gonnosfanadiga, Guspini, Pabillonis, Vallermosa e Villacidro
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Pabillonis

Superficie: 37,52 kmq
Popolazione: 3.144 circa
Altimetria: 42 m s.l.m.

Come arrivare

Avete un’auto? Siete a cavallo. Se venite da Cagliari percorrete la statale 131 per una cinquantina di chilometri fino al bivio per Pabillonis, imboccato il quale arrivate a destinazione dopo altri 10 km. Se venite dal nord dell’Isola, cioè se andate in senso opposto, percorrete sempre la statale 131 e prendete il bivio per Pabillonis a circa 50 km da Cagliari.

Sappiate che ...

Galleria FotograficaPabillonis è un piccolo centro del Campidano a nord di Pranu Murdegu. Conta circa 3.144 abitanti e la sua economia è legata alla terra e alle tradizioni, all’agricoltura e all’allevamento. Il suo territorio si estende per circa 38 kmq: un tempo paludoso e malsano, fu bonificato negli anni Trenta del secolo scorso. Il terreno argilloso ha reso famosi gli artigiani pabillonesi per la lavorazione delle terrecotte, in particolare brocche, pentole, vasellame e altri utensìli diventati simbolo di cucina sana e souvenir tipici di questo comune. Pabillonis è membro dell’Associazione nazionale Città della Terra cruda con la volontà di valorizzare il patrimonio in terra cruda ancora oggi presente nel suo centro storico. Conservando l’impianto architettonico originario e sostenendo il recupero edilizio delle antiche case di terra, spesso considerate edifici poveri da trascurare o da eliminare, il proposito è quello di raggiungere le prospettive moderne della bioarchitettura per rilanciarle come “strutture polifunzionali” al servizio della comunità. Nel centro storico si trovano la chiesa romanica di San Giovanni Battista, risalente al XIII secolo, e la chiesa parrocchiale della Beata Vergine della Neve, del XVI secolo. Nel luglio 2003 in località Sa Mandara è comparso un cosiddetto crop circle, uno di quei misteriosi cerchi nel grano oggetto di grande interesse in tutto il mondo da parte di studiosi, appassionati di ufologia, cineasti e curiosi. Il mistero rimane.

Cenni storici

Galleria FotograficaFin da epoche lontane il paese è stato luogo di diversi insediamenti umani, tant’è che le prime testimonianze risalgono all’età nuragica. La Pabillonis che conosciamo trae origine dall’antico borgo romano di Pavilio, i cui resti sono visibili presso la chiesa campestre di San Lussorio. Probabilmente il nucleo originario era nella zona Domu de Campu, dove sono state trovate molte tracce di abitazioni antiche. Dentro il Giudicato di Arborea ebbe un’importante funzione militare ospitando guarnigioni costituite per difendere i confini dagli attacchi del giudicato di Cagliari. L’esistenza di questi accampamenti - detti padiglioni - pare risalga al periodo alto giudicale e i ruderi attorno alla chiesa di San Lussorio dovrebbero essere appunto quelli dell’antica Pavilio, appartenente alla curatoria di Bonorzuli. Da questi accampamenti militari deriverebbe il nome del paese, come conferma il vocabolario Zingarelli della lingua italiana che dice: padiglione o †paviglione [lat. papilione (m) ‘farfalla’ (V. papiglione), poi (lat. tardo) ‘tenda militare’ (per l’aspetto delle tende di un accampamento che viste dall’alto sembrano tante farfalle)]. Sull’origine del nome l’autorevole filologo linguista Giovanni Semerano parla di Pupullun (cfr. Etruria: Populonia), città sulla costa occidentale della Sardegna in zona mineraria sfruttata nell’antichità, citata da Tolomeo, che nel nome denota “fonderia”. Altri accostano il nome Pabillonis a Babilonia forse per la somiglianza geografica dei rispettivi territori, la Mesopotamia (terreno tra due fiumi, Tigri ed Eufrate) e la zona compresa tra Riu Bellu e Riu Malu dove si trova Pabillonis. Accomuna le due località anche l’antichissima tradizione del mattone di terra cruda cotto al sole, su làdiri (fango e paglia), utilizzato per costruire le case. Invece chi disegnò lo stemma ufficiale di Pabillonis si basò sull’etimologia pau (palude) e pillonis (uccelli). Si ritiene infatti che anticamente in questa zona ci fossero paludi abitate da uccelli. Ma torniamo alla storia. L’abitato, distrutto dai Mauri d’Africa, fu ricostruito dalla popolazione superstite dove ora si trova il paese, che col nome di Pavingionis / Pavigionis / Paviglionis è menzionato nel documento della pace del 1388 tra Arborensi e Aragonesi durante il regno di Eleonora. Sconfitto il giudicato di Arborea dagli Aragonesi, il villaggio fu dato in feudo prima ai Carroz poi ai Centellez e infine agli Osorio. In epoca moderna, intorno al 1584, fu saccheggiato dai Barbareschi e temporaneamente abbandonato. Agli inizi dell’Ottocento la vita del villaggio era piuttosto attiva grazie all’agricoltura e al commercio di bestiame, legumi, prodotti artigianali. La lavorazione della terracotta si affermò fin dal XVII secolo grazie all’abbondanza di materia prima, l’argilla, detta in sardo terra ‘e strexiu (strexiu= “recipiente”, “stoviglia”, con la “x” pronunciata come la “j” francese). Nel 1934 fu intrapresa la bonifica dei terreni acquitrinosi intorno al Flumini Mannu.

Ambiente e territorio

Come detto, Pabillonis si trova nella confluenza tra Riu Malu e Riu Bellu che da qui in poi diventano Flumini Mannu. La bonifica degli anni 30 ha evidenziato le straordinarie qualità del territorio, molto fertile e ricco di argille: la prima lo rende eccellente per le colture tipiche delle pianure, la seconda giustifica l’ottima fama del paese per la lavorazione delle terrecotte. Nel circondario si trovano testimonianze della presenza umana nel passato, di cui un bell’esempio è Nuraxi Fenu. C’è da dire però che i siti nuragici sono in fase di scavo e quindi si vede pochino; insomma se non siete veri appassionati rischiate di rimanere delusi.

Economia

Le attività prevalenti sono agricoltura e allevamento (più che altro ovini da latte). Notevole è anche l’artigianato della tessitura, della cestineria e del legno intagliato, ma è il settore della terracotta che sgomita maggiormente per mettersi in evidenza con la produzione di pentole, tegami, ceramiche artistiche e tegole. Pabillonis era conosciuta come sa bidda ‘e is pingiadas (“il paese delle pentole”) per la produzione di stoviglie e altri oggetti di terracotta. Molto importanti anche le fibre vegetali da cui si ricavavano cestini, canestri, stuoie, setacci e tutto ciò che poteva essere utile nelle attività quotidiane. Le materie prime utilizzate venivano prelevate nei terreni paludosi intorno al paese.

Itinerario pabillonese

Galleria FotograficaContinuando l’itinerario dal sito archeologico di Neapolis, prendiamo la strada che va verso Guspini e dopo circa 7 km giriamo a sinistra al primo incrocio proseguendo per altri 4 km fino a incontrare la statale 126. Da qui andiamo dritti in direzione Pabillonis. Arrivati nel paese, al primo incrocio ci troviamo davanti alla chiesa della Beata Vergine della Neve, costruita probabilmente nel XVI secolo. È composta da tre navate, con volta a botte e due cappelle laterali. In seguito fu allungata di circa 4 metri e arricchita di altre due cappelle. Se proseguiamo dritti in via San Giovanni fino all’omonima piazza ci troviamo al cospetto della - riuscite a indovinarlo? - chiesa di San Giovanni Battista. È a navata unica, risale al XIV sec. ed è di architettura popolare. Nel campanile, che caratterizza la facciata della chiesetta, una delle due campane risale al 1594 (ricordatevi questa data quando leggerete il paragrafo sulla festa di San Giovanni). Proseguendo in via San Giovanni svoltiamo poi in vico Torquato Tasso, dove fa bella mostra di sé la Casa Museo: si tratta di un edificio storico tipico del paese, completamente restaurato. La Casa rappresenta un’importante testimonianza del passato e il suo recupero costituisce un’iniziativa di notevole valore storicoculturale. È adibita a ospitare mostre e manifestazioni culturali in vari periodi dell’anno. Per dirigerci verso San Lussorio e Nuraxi Fenu prendiamo la strada provinciale per Sardara che raggiungiamo facendo il periplo del paese in via Roma e via Sassari, tornando alla chiesa della Beata Vergine della Neve e subito dopo svoltando a sinistra. Imboccata la strada per Sardara la percorriamo per circa due chilometri e svoltiamo a sinistra in una strada di campagna dopo il ponte sul Riu Bellu. Ci inoltriamo nella campagna pabillonese e percorriamo un tratto di strade sterrate che portano fino a San Lussorio: imbocchiamo la via, che nel primo tratto è asfaltata, e andiamo dritti superando tre incroci; oltrepassati questi incontriamo una biforcazione e scegliamo quella che va a sinistra rispetto alla strada percorsa. Presa questa proseguiamo dritti mantenendo la destra e superando due incroci con piccole strade di campagna. Al terzo incrocio svoltiamo a sinistra e proseguiamo dritti fino alla sommità di una collinetta dove si trovano la chiesa di San Lussorio, il nuraghe e un boschetto di eucalipti dove si svolge la festa. Così chiamato dall’antica chiesetta dedicata all’omonimo santo, Nuraxi San Lussorio (Santu Sciori) è una costruzione nuragica risalente all’età del medio bronzo (1300 a.C.) di cui si riconoscono il bastione e alcune torri. All’inizio del XIX secolo in una di esse si scoprì un’urna contenente ossa umane, a dimostrazione che l’area del nuraghe era occupata da una necropoli. La parte emergente potrebbe essere solo quella più alta dell’intero nuraghe, che quindi sarebbe semisommerso e forse appartenente a un complesso più ampio. La stessa chiesetta di San Lussorio, dove ad agosto si svolge l’omonima festa campestre, edificata alla fine degli anni Sessanta - di quella antica esistono solo i resti un centinaio di metri più a valle, verso il fiume - poggerebbe proprio nel bel mezzo dell’insediamento nuragico. Nelle vicinanze si può ammirare il ponte romano noto come Su ponti de sa baronessa. Tornati sulla strada provinciale giriamo a sinistra in direzione Sardara fino a superare il passaggio a livello della stazione ferroviaria, superato il quale giriamo subito a destra e proseguiamo per qualche centinaio di metri fino a Nuraxi Fenu. Nel 1996, nel corso di scavi archeologici, sono stati ritrovati frammenti di ceramiche romane e una moneta del III secolo d.C. che permette di ipotizzare un’occupazione del sito in epoca imperiale. Altre prove non lasciano dubbi su un precedente passaggio di popolazioni puniche. Ancora prima, tra il 1600 e il 1300 a.C., erano presenti alcune comunità nuragiche attirate dalla fertilità del suolo e dalla presenza di corsi d’acqua. Un incendio segnò probabilmente la fine dell’occupazione nuragica.

Terrecotte e ceramica

Nella tradizionale produzione di ceramiche, in Sardegna il posto occupato da Pabillonis era quello di un centro di produzione specializzato nella manifattura di recipienti da cottura. Il fatto che Pabillonis fosse l’unico paese dove si fabbricava il vasellame da cottura giustifica l’uso del termine “specializzato”. I recipienti da cucina prodotti a Pabillonis, erano famosi in tutta la Sardegna sia per la resistenza alle alte temperature sia per leggerezza e forma pratica. La produzione era costituita da un laboratorio rurale, mentre la distribuzione era interamente nelle mani di intermediari. I ceramisti erano degli specialisti, indipendenti, che non lavoravano a tempo pieno ma secondo le richieste soggette a fluttuazioni stagionali legate alle condizioni climatiche e alle attività agricole svolte accanto alla fabbricazione di ceramica. La produzione di ceramica era importante per l’economia del paese, per i ceramisti era un’attività extra ma anche un’insostituibile fonte di reddito. La resistenza dei vasi allo shock termico era generalmente attribuita alle proprietà delle materie prime, mentre la loro durata era legata alla cura con cui venivano trattati: un tegame di media misura usato tutti i giorni aveva una vita compresa tra i dieci e i dodici mesi. Potrebbe trattarsi di un caso di “risorse speciali” legate alla combinazione tra l’argilla e la tempra usate per fabbricare i prodotti di questo paese, il che dimostra che il materiale usato a Pabillonis possedeva appunto delle qualità particolari. Insomma, alcuni fattori connessi con l’ambiente fisico sarebbero responsabili del monopolio di Pabillonis in Sardegna come centro di produzione di recipienti da cottura.

1° Festival nazionale dei Fuochi d’Artificio

Il 2 e 3 giugno del 2006 ha avuto luogo a Pabillonis la prima rassegna Fantasia di luci, dedicata al Festival nazionale dei fuochi d’artificio e promossa dall’amministrazione comunale. L’iniziativa ha contribuito a far scoprire attività impensate in un centro così piccolo: per esempio la presenza di ben tre imprese di fuochi d’artificio sulle cinque totali in Sardegna; o un’artigiana che realizza costumi tradizionali non solo riproducendoli fedelmente ma svolgendo ricerche accurate per evitare di realizzare costumi non coerenti con quelli utilizzati un tempo; o la ripresa dell’antica tradizione della terracotta e altro ancora. Nonostante alla base dell’evento ci siano tradizioni anche antichissime, il target di riferimento non è la “terza età” e lo dimostra il ruolo importante e attivo dei giovani nello svolgimento della manifestazione. Oltre all’esistenza di produttori di materiale per fuochi d’artificio, Fantasia di luci comunica la vitalità di un paese che vuol farsi conoscere, far emergere e far apprezzare le proprie abilità. La manifestazione si è svolta attraverso uno speciale itinerario per le vie del centro urbano attraverso la storia, la cultura, le produzioni artigiane: la Palazzina Liberty (ex Municipio) che ha ospitato la mostra e la lavorazione di cestini e coltelli; la parrocchiale Santa Maria della Neve; il Centro di aggregazione sociale allestito per raccontare la storia centenaria della produzione locale di fuochi d’artificio e per scoprire tutto ciò che non si sa sulla loro fabbricazione; la biblioteca comunale; le case in terra cruda (domus de ladìri). La Casa Museo, infine, ha ospitato la mostra e la lavorazione della ceramica, del pane, dei tappeti e del costume tradizionale. La manifestazione è stata arricchita da pannelli alle pareti per raccontare la storia di Pabillonis, mentre i ceramisti hanno mostrato tutte le fasi della lavorazione. In un altro spazio si è realizzata la lavorazione del pane e la sua cottura, assaggi compresi. Osservando la lavorazione al telaio si sono scoperti i segreti delle tessitrici all’opera. Musicisti e attori si sono alternati nelle piccole piazze e la sera - in località Pauli Orbaci - si sono svolti gli incredibili spettacoli pirotecnici, attrazione principale della festa.

 

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