Avete un’auto? Siete a cavallo. Se venite da Cagliari percorrete la statale 131 per una cinquantina di chilometri fino al bivio per Pabillonis, imboccato il quale arrivate a destinazione dopo altri 10 km. Se venite dal nord dell’Isola, cioè se andate in senso opposto, percorrete sempre la statale 131 e prendete il bivio per Pabillonis a circa 50 km da Cagliari.
Pabillonis
è un piccolo centro del Campidano a nord di Pranu Murdegu. Conta
circa 3.144 abitanti e la sua economia è legata alla terra e
alle tradizioni, all’agricoltura e all’allevamento. Il suo
territorio si estende per circa 38 kmq: un tempo paludoso e malsano,
fu bonificato negli anni Trenta del secolo scorso. Il terreno argilloso
ha reso famosi gli artigiani pabillonesi per la lavorazione delle terrecotte,
in particolare brocche, pentole, vasellame e altri utensìli diventati
simbolo di cucina sana e souvenir tipici di questo comune. Pabillonis
è membro dell’Associazione nazionale Città della
Terra cruda con la volontà di valorizzare il patrimonio in terra
cruda ancora oggi presente nel suo centro storico. Conservando l’impianto
architettonico originario e sostenendo il recupero edilizio delle antiche
case di terra, spesso considerate edifici poveri da trascurare o da
eliminare, il proposito è quello di raggiungere le prospettive
moderne della bioarchitettura per rilanciarle come “strutture
polifunzionali” al servizio della comunità. Nel centro
storico si trovano la chiesa romanica di San Giovanni Battista, risalente
al XIII secolo, e la chiesa parrocchiale della Beata Vergine della Neve,
del XVI secolo. Nel luglio 2003 in località Sa Mandara è
comparso un cosiddetto crop circle, uno di quei misteriosi cerchi nel
grano oggetto di grande interesse in tutto il mondo da parte di studiosi,
appassionati di ufologia, cineasti e curiosi. Il mistero rimane.
Fin
da epoche lontane il paese è stato luogo di diversi insediamenti
umani, tant’è che le prime testimonianze risalgono all’età
nuragica. La Pabillonis che conosciamo trae origine dall’antico
borgo romano di Pavilio, i cui resti sono visibili presso la chiesa
campestre di San Lussorio. Probabilmente il nucleo originario era nella
zona Domu de Campu, dove sono state trovate molte tracce di abitazioni
antiche. Dentro il Giudicato di Arborea ebbe un’importante funzione
militare ospitando guarnigioni costituite per difendere i confini dagli
attacchi del giudicato di Cagliari. L’esistenza di questi accampamenti
- detti padiglioni - pare risalga al periodo alto giudicale e i ruderi
attorno alla chiesa di San Lussorio dovrebbero essere appunto quelli
dell’antica Pavilio, appartenente alla curatoria di Bonorzuli.
Da questi accampamenti militari deriverebbe il nome del paese, come
conferma il vocabolario Zingarelli della lingua italiana che dice: padiglione
o †paviglione [lat. papilione (m) ‘farfalla’ (V. papiglione),
poi (lat. tardo) ‘tenda militare’ (per l’aspetto delle
tende di un accampamento che viste dall’alto sembrano tante farfalle)].
Sull’origine del nome l’autorevole filologo linguista Giovanni
Semerano parla di Pupullun (cfr. Etruria: Populonia), città sulla
costa occidentale della Sardegna in zona mineraria sfruttata nell’antichità,
citata da Tolomeo, che nel nome denota “fonderia”. Altri
accostano il nome Pabillonis a Babilonia forse per la somiglianza geografica
dei rispettivi territori, la Mesopotamia (terreno tra due fiumi, Tigri
ed Eufrate) e la zona compresa tra Riu Bellu e Riu Malu dove si trova
Pabillonis. Accomuna le due località anche l’antichissima
tradizione del mattone di terra cruda cotto al sole, su làdiri
(fango e paglia), utilizzato per costruire le case. Invece chi disegnò
lo stemma ufficiale di Pabillonis si basò sull’etimologia
pau (palude) e pillonis (uccelli). Si ritiene infatti che anticamente
in questa zona ci fossero paludi abitate da uccelli. Ma torniamo alla
storia. L’abitato, distrutto dai Mauri d’Africa, fu ricostruito
dalla popolazione superstite dove ora si trova il paese, che col nome
di Pavingionis / Pavigionis / Paviglionis è menzionato nel documento
della pace del 1388 tra Arborensi e Aragonesi durante il regno di Eleonora.
Sconfitto il giudicato di Arborea dagli Aragonesi, il villaggio fu dato
in feudo prima ai Carroz poi ai Centellez e infine agli Osorio. In epoca
moderna, intorno al 1584, fu saccheggiato dai Barbareschi e temporaneamente
abbandonato. Agli inizi dell’Ottocento la vita del villaggio era
piuttosto attiva grazie all’agricoltura e al commercio di bestiame,
legumi, prodotti artigianali. La lavorazione della terracotta si affermò
fin dal XVII secolo grazie all’abbondanza di materia prima, l’argilla,
detta in sardo terra ‘e strexiu (strexiu= “recipiente”,
“stoviglia”, con la “x” pronunciata come la
“j” francese). Nel 1934 fu intrapresa la bonifica dei terreni
acquitrinosi intorno al Flumini Mannu.
Come detto, Pabillonis si trova nella confluenza tra Riu Malu e Riu Bellu che da qui in poi diventano Flumini Mannu. La bonifica degli anni 30 ha evidenziato le straordinarie qualità del territorio, molto fertile e ricco di argille: la prima lo rende eccellente per le colture tipiche delle pianure, la seconda giustifica l’ottima fama del paese per la lavorazione delle terrecotte. Nel circondario si trovano testimonianze della presenza umana nel passato, di cui un bell’esempio è Nuraxi Fenu. C’è da dire però che i siti nuragici sono in fase di scavo e quindi si vede pochino; insomma se non siete veri appassionati rischiate di rimanere delusi.
Le attività prevalenti sono agricoltura e allevamento (più che altro ovini da latte). Notevole è anche l’artigianato della tessitura, della cestineria e del legno intagliato, ma è il settore della terracotta che sgomita maggiormente per mettersi in evidenza con la produzione di pentole, tegami, ceramiche artistiche e tegole. Pabillonis era conosciuta come sa bidda ‘e is pingiadas (“il paese delle pentole”) per la produzione di stoviglie e altri oggetti di terracotta. Molto importanti anche le fibre vegetali da cui si ricavavano cestini, canestri, stuoie, setacci e tutto ciò che poteva essere utile nelle attività quotidiane. Le materie prime utilizzate venivano prelevate nei terreni paludosi intorno al paese.
Continuando
l’itinerario dal sito archeologico di Neapolis, prendiamo la strada
che va verso Guspini e dopo circa 7 km giriamo a sinistra al primo incrocio
proseguendo per altri 4 km fino a incontrare la statale 126. Da qui
andiamo dritti in direzione Pabillonis. Arrivati nel paese, al primo
incrocio ci troviamo davanti alla chiesa della Beata Vergine della Neve,
costruita probabilmente nel XVI secolo. È composta da tre navate,
con volta a botte e due cappelle laterali. In seguito fu allungata di
circa 4 metri e arricchita di altre due cappelle. Se proseguiamo dritti
in via San Giovanni fino all’omonima piazza ci troviamo al cospetto
della - riuscite a indovinarlo? - chiesa di San Giovanni Battista. È
a navata unica, risale al XIV sec. ed è di architettura popolare.
Nel campanile, che caratterizza la facciata della chiesetta, una delle
due campane risale al 1594 (ricordatevi questa data quando leggerete
il paragrafo sulla festa di San Giovanni). Proseguendo in via San Giovanni
svoltiamo poi in vico Torquato Tasso, dove fa bella mostra di sé
la Casa Museo: si tratta di un edificio storico tipico del paese, completamente
restaurato. La Casa rappresenta un’importante testimonianza del
passato e il suo recupero costituisce un’iniziativa di notevole
valore storicoculturale. È adibita a ospitare mostre e manifestazioni
culturali in vari periodi dell’anno. Per dirigerci verso San Lussorio
e Nuraxi Fenu prendiamo la strada provinciale per Sardara che raggiungiamo
facendo il periplo del paese in via Roma e via Sassari, tornando alla
chiesa della Beata Vergine della Neve e subito dopo svoltando a sinistra.
Imboccata la strada per Sardara la percorriamo per circa due chilometri
e svoltiamo a sinistra in una strada di campagna dopo il ponte sul Riu
Bellu. Ci inoltriamo nella campagna pabillonese e percorriamo un tratto
di strade sterrate che portano fino a San Lussorio: imbocchiamo la via,
che nel primo tratto è asfaltata, e andiamo dritti superando
tre incroci; oltrepassati questi incontriamo una biforcazione e scegliamo
quella che va a sinistra rispetto alla strada percorsa. Presa questa
proseguiamo dritti mantenendo la destra e superando due incroci con
piccole strade di campagna. Al terzo incrocio svoltiamo a sinistra e
proseguiamo dritti fino alla sommità di una collinetta dove si
trovano la chiesa di San Lussorio, il nuraghe e un boschetto di eucalipti
dove si svolge la festa. Così chiamato dall’antica chiesetta
dedicata all’omonimo santo, Nuraxi San Lussorio (Santu Sciori)
è una costruzione nuragica risalente all’età del
medio bronzo (1300 a.C.) di cui si riconoscono il bastione e alcune
torri. All’inizio del XIX secolo in una di esse si scoprì
un’urna contenente ossa umane, a dimostrazione che l’area
del nuraghe era occupata da una necropoli. La parte emergente potrebbe
essere solo quella più alta dell’intero nuraghe, che quindi
sarebbe semisommerso e forse appartenente a un complesso più
ampio. La stessa chiesetta di San Lussorio, dove ad agosto si svolge
l’omonima festa campestre, edificata alla fine degli anni Sessanta
- di quella antica esistono solo i resti un centinaio di metri più
a valle, verso il fiume - poggerebbe proprio nel bel mezzo dell’insediamento
nuragico. Nelle vicinanze si può ammirare il ponte romano noto
come Su ponti de sa baronessa. Tornati sulla strada provinciale giriamo
a sinistra in direzione Sardara fino a superare il passaggio a livello
della stazione ferroviaria, superato il quale giriamo subito a destra
e proseguiamo per qualche centinaio di metri fino a Nuraxi Fenu. Nel
1996, nel corso di scavi archeologici, sono stati ritrovati frammenti
di ceramiche romane e una moneta del III secolo d.C. che permette di
ipotizzare un’occupazione del sito in epoca imperiale. Altre prove
non lasciano dubbi su un precedente passaggio di popolazioni puniche.
Ancora prima, tra il 1600 e il 1300 a.C., erano presenti alcune comunità
nuragiche attirate dalla fertilità del suolo e dalla presenza
di corsi d’acqua. Un incendio segnò probabilmente la fine
dell’occupazione nuragica.
Nella tradizionale produzione di ceramiche, in Sardegna il posto occupato da Pabillonis era quello di un centro di produzione specializzato nella manifattura di recipienti da cottura. Il fatto che Pabillonis fosse l’unico paese dove si fabbricava il vasellame da cottura giustifica l’uso del termine “specializzato”. I recipienti da cucina prodotti a Pabillonis, erano famosi in tutta la Sardegna sia per la resistenza alle alte temperature sia per leggerezza e forma pratica. La produzione era costituita da un laboratorio rurale, mentre la distribuzione era interamente nelle mani di intermediari. I ceramisti erano degli specialisti, indipendenti, che non lavoravano a tempo pieno ma secondo le richieste soggette a fluttuazioni stagionali legate alle condizioni climatiche e alle attività agricole svolte accanto alla fabbricazione di ceramica. La produzione di ceramica era importante per l’economia del paese, per i ceramisti era un’attività extra ma anche un’insostituibile fonte di reddito. La resistenza dei vasi allo shock termico era generalmente attribuita alle proprietà delle materie prime, mentre la loro durata era legata alla cura con cui venivano trattati: un tegame di media misura usato tutti i giorni aveva una vita compresa tra i dieci e i dodici mesi. Potrebbe trattarsi di un caso di “risorse speciali” legate alla combinazione tra l’argilla e la tempra usate per fabbricare i prodotti di questo paese, il che dimostra che il materiale usato a Pabillonis possedeva appunto delle qualità particolari. Insomma, alcuni fattori connessi con l’ambiente fisico sarebbero responsabili del monopolio di Pabillonis in Sardegna come centro di produzione di recipienti da cottura.
Il 2 e 3 giugno del 2006 ha avuto luogo a Pabillonis la prima rassegna Fantasia di luci, dedicata al Festival nazionale dei fuochi d’artificio e promossa dall’amministrazione comunale. L’iniziativa ha contribuito a far scoprire attività impensate in un centro così piccolo: per esempio la presenza di ben tre imprese di fuochi d’artificio sulle cinque totali in Sardegna; o un’artigiana che realizza costumi tradizionali non solo riproducendoli fedelmente ma svolgendo ricerche accurate per evitare di realizzare costumi non coerenti con quelli utilizzati un tempo; o la ripresa dell’antica tradizione della terracotta e altro ancora. Nonostante alla base dell’evento ci siano tradizioni anche antichissime, il target di riferimento non è la “terza età” e lo dimostra il ruolo importante e attivo dei giovani nello svolgimento della manifestazione. Oltre all’esistenza di produttori di materiale per fuochi d’artificio, Fantasia di luci comunica la vitalità di un paese che vuol farsi conoscere, far emergere e far apprezzare le proprie abilità. La manifestazione si è svolta attraverso uno speciale itinerario per le vie del centro urbano attraverso la storia, la cultura, le produzioni artigiane: la Palazzina Liberty (ex Municipio) che ha ospitato la mostra e la lavorazione di cestini e coltelli; la parrocchiale Santa Maria della Neve; il Centro di aggregazione sociale allestito per raccontare la storia centenaria della produzione locale di fuochi d’artificio e per scoprire tutto ciò che non si sa sulla loro fabbricazione; la biblioteca comunale; le case in terra cruda (domus de ladìri). La Casa Museo, infine, ha ospitato la mostra e la lavorazione della ceramica, del pane, dei tappeti e del costume tradizionale. La manifestazione è stata arricchita da pannelli alle pareti per raccontare la storia di Pabillonis, mentre i ceramisti hanno mostrato tutte le fasi della lavorazione. In un altro spazio si è realizzata la lavorazione del pane e la sua cottura, assaggi compresi. Osservando la lavorazione al telaio si sono scoperti i segreti delle tessitrici all’opera. Musicisti e attori si sono alternati nelle piccole piazze e la sera - in località Pauli Orbaci - si sono svolti gli incredibili spettacoli pirotecnici, attrazione principale della festa.