Anzitutto salite in auto. Se venite da Cagliari, prendete la statale 130 e girate a destra al bivio per Vallermosa. Se invece venite dalla statale 131, ossia da Olbia o Sassari verso Cagliari, al bivio di Samassi prendete la 293 per il Sulcis-Iglesiente e andate sempre dritti per circa 25 chilometri. Una volta arrivati a destinazione siete liberi di scendere dalla macchina e di respirare a pieni polmoni l’aria buona di questi posti.
Vallermosa
significa “valle amena”, “valle ridente”. L’origine
del nome rivela che il paese nasce in epoca spagnola, ufficialmente
nel 1645. È un piccolo centro di poco più di 2.000 abitanti,
fra la pianura del Medio Campidano e quella del Cixerri. L’agglomerato
urbano sorge intorno alla parrocchiale di San Lucifero da Cagliari,
vicino al vecchio centro di Pau Jossu (pau, palude). Una parte del territorio
è pianeggiante, molto fertile e quindi adatta alla coltivazione
di ortaggi, cereali e altre colture. Sparse ovunque si trovano importanti
testimonianze della presenza umana fin da epoche lontane: le Terme romane
di Santa Maria (questo non significa che la santa fosse romana ma solo
che le terme sono molto vicine all’omonima chiesa, alla periferia
del paese), il Nuraghe Fanari, l’area archeologica di Matzanni.
Non molto lontano da Matzanni c’è l’area verde Gutturu
Mannu (in sardo “gola grande”, ossia grand canyon).
Come riportava il dizionario Angius/Casalis circa 170 anni fa: “Val Bella (Vallermosa), villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Villa-Sorri, sotto la giurisdizione del tribunale di prima cognizione di Cagliari. Era parte dell’antico dipartimento del Gippi, o Gippiri, appartenente al Regno di Cagliari”. Fondata nel 1645, solo a metà dell’Ottocento prende corpo il primo insediamento abitativo facente capo alla casa padronale in piazza Giovanni XXIII. La data di nascita molto recente non esclude tuttavia l’esistenza di insediamenti umani precedenti, e infatti il territorio circostante conserva testimonianze risalenti all’epoca preistorica e nuragica. A Matzanni, dove i Cartaginesi costruirono un tempio, oltre a un villaggio di dodici capanne circolari si trovano tre pozzi sacri: erano sede di culto e di antiche cerimonie come l’ordalia o giudizio di Dio, l’incubazione e l’uso terapeutico delle acque sacre. Altro esempio davvero niente male è Su Casteddu ‘e Fanaris, su una collina che domina la valle tra Decimoputzu e Vallermosa. Le tracce degli insediamenti romani sono molto vicine al paese. Allora non c’era un unico agglomerato ma la popolazione era divisa in piccoli centri minori: Pau de Susu, Pau de Jossu, Pau de Vineas, Curte Picta di Pau. I nomi di Pau Jossu e Pau Susu li incontriamo per la prima volta in periodo giudicale, quando nel 1094 il giudice di Cagliari Costantino donò le due ville all’ordine benedettino di San Vittore di Marsiglia, una vera e propria “donazione di Costantino” in chiave sarda. In seguito la valle di Pau con le sue ville passò prima a Genova poi a Pisa alla famiglia Visconti, cui appartenne per una cinquantina d’anni. Con le amministrazioni aragonese (1323-1516) e spagnola (1516- 1720) la Sardegna conosce il periodo più infelice della sua storia: le campagne si spopolarono e molti villaggi scomparvero, fra cui anche quelli della valle di Pau. Probabilmente i rimanenti abitanti dei vari insediamenti si riunirono in una zona di pianura corrispondente all’attuale Vallermosa. L’atto di fondazione ufficiale del nuovo centro avvenne - come sappiamo - nel 1645 per volere di Biagio Alagon, marchese di Villasor. Gli abitanti del feudo cercarono di ottenere una sorta di “costituzione”, un patto scritto che all’interno della signoria regolasse i rapporti fra gli abitanti e soprattutto tra questi e il feudatario in senso economico e fiscale. Tali garanzie e regolamenti, chiamati Capitoli di Grazia, vennero concessi a Villasor nel 1651 e a Vallermosa nel 1683. Nel 1720 l’Isola passò al Piemonte. Nel 1838 Carlo Alberto re di Sardegna dispose l’abolizione dei feudi dietro pagamento di un “riscatto”: l’ultimo feudatario, Giuseppe de Sylva y Alagon, ricevette la somma di 37.619 lire sarde come risarcimento per il territorio di Vallermosa. In seguito fu istituita la comunella, una forma di condivisione che consisteva nel mettere a disposizione della comunità vasti terreni privati destinati al pascolo. Oltre al Montegranatico, nel secolo scorso erano attive altre antiche istituzioni: per esempio i barracelli, corpo di guardia rurale di origini spagnole. A metà dell’Ottocento fu istituita la Guardia nazionale, formata da volontari che garantivano l’ordine pubblico nei paesi. Tra la fine del secolo e il primo decennio del 900 anche da Vallermosa molti emigranti partirono alla volta delle Americhe, mentre negli anni 50 la meta diventarono i paesi europei industrializzati: Germania, Belgio e Francia.
Acciambellata
in una pianura fertile come un gatto di razza, circondata da colline
ricche di vegetazione e attraversata da numerosi corsi d’acqua,
Vallermosa fu meta di diversi nuclei familiari provenienti dalla Barbagia
che durante l’inverno praticavano la transumanza verso climi meno
rigidi. Insomma, per caratteristiche del territorio, posizione geografica
e tradizione, l’economia di Vallermosa è costituita più
che altro da pastorizia e allevamento di bestiame. Da queste parti si
produce latte di pecora, di capra e formaggi vari, si coltiva l’ulivo
e la quercia da sughero. Salvaguardia ambientale, riscoperta di costumi
e tradizioni fanno sperare in uno sviluppo del settore agrituristico,
che potrebbe rappresentare una voce rilevante nell’economia del
paese. Il massiccio del Linas si estende nell’importante area
boscosa di Gutturu Mannu, con le sue zone attrezzate per la sosta e
i picnic ed è facilmente raggiungibile. Dalla località
Case Carrador si possono fare piacevoli escursioni nel bosco e si può
arrivare anche al sito nuragico di Matzanni.
Arrivando
da Villasor sulla statale 196 incontriamo il bivio per Vallermosa in
località S’Acqua Cotta; svoltiamo a sinistra e ci immettiamo
sulla 293. All’ingresso del paese, dopo aver percorso un tratto
di via Roma, giriamo a sinistra in via Santa Maria seguendo il cartello
che indica le Terme Romane e la chiesa paleocristiana edificata nel
1926 sui ruderi di antiche terme romane risalenti al II secolo d.C.
Un tempo la struttura era coperta da una volta a botte e il rifornimento
idrico avveniva da un vicino pozzo. Il sistema idraulico con gli scarichi
in tubi di terracotta è ben conservato. Si riconosce l’apoditerium
e il frigidarium dotato di due vasche per l’acqua fredda. A destra
della chiesa sono ancora visibili i basamenti che sostenevano l’intercapedine
per il passaggio dell’aria calda e la zona termale destinata ai
bagni caldi. Si può anche notare l’imboccatura del forno
per il riscaldamento degli ambienti. Le terme, che verso il quarto secolo
cambiarono destinazione d’uso divenendo luogo di culto paleocristiano,
erano la costruzione originaria della chiesetta rurale di Santa Maria,
nel periodo medievale conosciuta col nome di Santa Maria del Paradiso,
attorno alla quale sorgeva un convento. Tra il 1090 e il 1094 fu donata
ai Monaci Vittorini di Marsiglia, che la abbandonarono attorno al 1180.
Dedicata poi a Santa Maria di Monserrato, culto portato dagli aragonesi
durante la loro dominazione in Sardegna, la chiesa cadde più
volte in rovina e fu più volte ricostruita. Nel 1414 le ville
del Pau con tutto il territorio di Gippi passarono a Giovanni Civiller,
che divenne il nuovo signore feudale. Probabilmente la costruzione fu
usata a scopi diversi da quello religioso, forse abitativo e produttivo
insieme. Intorno al 1600 fu riedificata e dedicata a Nostra Signora
di Monserrato. In questo periodo benefattori e notabili del paese usavano
farsi seppellire nei pressi della chiesetta. Le antiche terme e i resti
delle costruzioni precedenti andarono in oblio finché, nel 1960,
il dottor A. Figus cercò di scoprire le tracce del passato ritrovando
le antiche terme. Nel 2000 un gruppo di archeologi e ricercatori fece
degli scavi che, seppure parziali e non definitivi, hanno aperto la
via della ricerca sul monumento e sulla sua storia. Durante gli ultimi
scavi è stato scoperto un battistero a forma di conchiglia, dotato
di un gradino per favorire la discesa in acqua dei battezzandi, abbandonato
verso il VI secolo e colmato di materiali che hanno contribuito alla
sua datazione. Tornati in via Roma la percorriamo per un tratto fino
a svoltare a sinistra in via Della Gioventù, verso la strada
provinciale per Decimoputzu. Dopo 5 km arriviamo a Su Casteddu, un nuraghe
in realtà denominato Su Casteddu ‘e Fanaris che si trova
su una collina che domina la valle tra Decimoputzu e Vallermosa. La
struttura del monumento somiglia molto a quella di alcuni castelli medievali,
di cui precorre le caratteristiche strutturali con duemila anni d’anticipo.
Dominava il corridoio di raccordo tra la zona mineraria del Sulcis-
Iglesiente e la Sardegna centrale, ma non sappiamo nulla delle sue vicende
storicomilitari. Di certo era una fortezza. La torre centrale, ossia
la parte più antica del monumento, ha muri spessi oltre 3,50
metri mentre lo spessore delle restanti torri e delle cortine è
di circa 2 m. La robustezza è tutta a scapito della capienza
interna: la comodità è sacrificata alla funzione, come
pure l’estetica. La scala è scomoda, ripida e stretta:
i visitatori in sovrappeso sono avvertiti. Ora torniamo indietro in
via Roma e ripercorriamola fino alla piazza principale di San Lucifero,
dove c’è l’omonima chiesa parrocchiale. Costruita
intorno alla metà del XVII secolo in stile neoclassico, ha una
struttura semplice e all’interno si presenta con una grande aula
voltata a botte. Solo dopo un centinaio d’anni fu sentita l’esigenza
di portare a termine le cappelle iniziate in tempi passati, con lavori
intrapresi nel 1863 e conclusi nel 1954. Il campanile è stato
ricostruito e ampliato nel 1938 con fondi privati ed è caratteristico
per la presenza di quattro campane: una del 500 trovata nel villaggio
di Pau ‘e Susu, una del 600, una dell’800 e una del 1909.
Continuando col bombardamento di date, nel 1955 è stato ricostruito
anche l’altare maggiore, in marmo policromo con uno stemma araldico
circondato da un’iscrizione. La chiesa custodisce opere di particolare
pregio: un dipinto del pittore cagliaritano Sebastiano Scaleta risalente
al 1751 raffigurante la Vergine con il Bambin Gesù e Santa Cecilia,
patrona della Cattedrale di Cagliari, che rivolgono lo sguardo verso
San Lucifero, patrono di Vallermosa; o ancora una statua lignea del
600 di San Lucifero, custodita all’interno di una cappella vicina
alla sacrestia; infine diverse opere d’argento - sempre del 600
- fra cui un ostensorio, un calice, una croce. Da piazza San Lucifero
entriamo in via Adua e la percorriamo per intero fino a piazza Giovanni
XXIII. Da qui proseguiamo in via Kennedy. La strada sale fino alle pendici
del monte Cuccurdoni Mannu da cui il sito archeologico di Matzanni e
il tempio punico distano circa 12 km. I primi 5 sono su una stretta
via asfaltata, mentre i restanti sono su una strada sterrata circondata
a tratti da boschi e a tratti da macchia mediterranea. I monumenti si
trovano all’interno di una recinzione in muratura a secco, costruita
recentemente. La località denominata Matzanni o Matzani è
stata per millenni solo un magro pascolo per capre. Nel 1892, tra gli
sterpi che ricoprivano la zona, alcuni pastori di Villacidro intravidero
delle costruzioni semisepolte, strutture che non seppero identificare.
La voce si sparse. Furono organizzate spedizioni di ricercatori di tesori
che cominciarono subito a scavare. I primi scavi, condotti con metodi
alquanto sbrigativi, riportarono alla luce monete, vasi e suppellettili
varie. Venuto a sapere dei ritrovamenti, l’ispettore responsabile
ordinò inutilmente la sospensione dei lavori e la consegna del
materiale mentre il sindaco, verificata l’appartenenza di Matzanni
al territorio di Vallermosa, fece intervenire la forza pubblica contro
gli Indiana Jones più o meno clandestini. Esclusi un bronzetto
denominato Barbetta e una ciotola di bronzo dorato, i reperti sparirono
dalla circolazione. I ruderi del tempio punico si trovano in una località
chiamata Genna ‘e Cantois e sono vicini ai pozzi sacri di Matzanni.
Il terreno su cui insiste il tempio appartiene a privati e fa parte
di un’enclave amministrativa del comune di Iglesias incuneata
fra i territori di Domusnovas, Villacidro, Siliqua, Musei e Vallermosa.
Gli abitanti di Vallermosa e Villacidro, che frequentavano la zona,
i ruderi li chiamavano Sa Cresiedda (la chiesetta). Per lungo tempo
venivano assimilati alle costruzioni nuragiche di cui si credeva facessero
parte. Il tempio continuò a essere considerato fenicio finché
il celebre archeologo Giovanni Lilliu lo classificò definitivamente
come punico facendolo risalire al III secolo a.C. Queste costruzioni
venivano edificate secondo varie forme o mode architettoniche come -
per esempio - gli stili egizio, greco, orientaleggiante. Il tempio di
Genna ‘e Cantois appartiene a quello egizio, lo si deduce dal
fregio che lo circondava. Che cosa abbia spinto i Cartaginesi a edificare
un tempio a oltre 700 metri d’altitudine, superando considerevoli
difficoltà per il trasporto dei materiali da costruzione, non
è del tutto chiaro. Forse il santuario di Matzanni rivestiva
un ruolo importante nella società di allora; probabilmente esercitava
una “funzione di controllo” sulla popolazione locale. Cosa
strana per un tempio punico, è orientato sui lati e non sugli
angoli: alcuni sostengono che ciò derivi dall’imitazione
dei modelli greci. Per la sua posizione e il colore bianco sullo sfondo
verde della vegetazione era ben visibile dalle vallate sottostanti,
costituendo un punto di riferimento per tutto il circondario. Non si
sa se sia andato in rovina per vicende naturali o per volontà
umana, ma la seconda ipotesi sembra la più probabile. Poiché
i massi sono sparsi attorno anche a notevole distanza, si può
quasi pensare a una vis distruttiva contro il simbolo di tradizioni
non più condivise. Per arrivare al bosco di Gutturu Mannu torniamo
ancora una volta in via Roma e la percorriamo verso l’uscita del
paese in direzione Siliqua. Poco prima di un ponte svoltiamo a destra
in via dell’Amicizia; arriviamo a una rotatoria e andiamo verso
destra in via della Montagna, fino ad arrivare a destinazione dopo circa
6 km. A Gutturu Mannu, dove cresce il ciclamino selvatico che durante
la primavera abbellisce le colline con il suo colore, è possibile
ammirare alcune specie animali e vegetali ormai in via d’estinzione
come le martore. Il vasto parco è anche attrezzato per picnic
e scampagnate, con tavoli, posti a sedere e barbecue. La posizione geografica,
ai piedi del massiccio del Linas, fa sì che oltre alla comune
vegetazione della macchia mediterranea crescano anche belle piante tipiche
diffuse nel resto della Sardegna. Troviamo sa murta (il mirto selvatico)
dalle cui bacche si produce il liquore ormai celebre; su murdegu (il
cisto) la cui presenza è legata a su cordolinu de murdegu (il
fungo del cisto), un fungo diffusissimo in Sardegna; su olioni (il corbezzolo),
su lobaxiu (l’oleandro), su modditzi (il lentischio), s’arrù
(il rovo) e, in mezzo a questi, su sparau crabiu (l’asparago selvatico).
Sulle colline sono poi diffusi gli ulivi, le querce da sughero e i mandorli.
Un discorso a parte merita sa figu morisca (il fico d’India, sebbene
in realtà la traduzione letterale sia “il fico arabo”),
che ha trovato nelle campagne di Vallermosa l’ambiente ideale.
Questa pianta, oltre a essere usata per recintare i terreni, produce
un frutto molto gustoso usato anche per ottenere sa saba de figu morisca
(la sapa di fico d’India), un liquore indispensabile per fare
i dolci tradizionali della festa dei morti.